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SAN PRISCO. In occasione della cerimonia del 13° Memorial “Mario Pagano” si terrà anche la commemorazione del centenario della nascita di Mario Pagano

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“Il 24 ottobre di quest’anno cadono i cento anni dalla nascita di mio padre Mario. Papà venne alla luce a Procida, la bellissima isola di Arturo nel golfo di Napoli, in un’epoca a cavallo tra la fine della Grande Guerra e i prodromi della Seconda Guerra Mondiale. Malgrado ciò, stando ai racconti di papà, sull’isola si viveva in una certa tranquillità e distacco dalle cose che succedevano in “terraferma”, così i procidani chiamano il resto dell’Italia continentale. Frequentò l’Istituto Nautico di Procida, quale motorista navale, e da giovanissimo si imbarcò sulle navi di linea. Vi rimase per circa venti anni. All’epoca i ruoli sulle navi erano spesso intercambiabili. E così papà si qualificò anche come cuoco di bordo. Dell’esperienza marinaresca maturata in quel periodo era poco incline a parlare. Quelli che amava raccontare, invece, erano gli anni della sua gioventù trascorsa a Procida. Quando ci si riuniva a casa nostra in compagnia degli amici si restava ore ad ascoltarlo incantati. Narrava della sua vita a contatto con la natura rigogliosa dell’isola (i suoi genitori avevano dei terreni coltivati ad orto e una limonaia). Sapeva come affascinare quando menzionava le spiagge della Chiaolella e della Corricella, dei ricci di mare e delle cozze prima pescati e poi mangiati assieme agli amici con una spruzzata di limoni di Procida appena raccolti. E ancora dei tuffi dalle scogliere in un mare incontaminato. Parlava sovente anche del suo amico Salvatore Pezzella, fotografo ritrovato decenni dopo proprio a San Prisco. Ma quello che più ammaliava gli ascoltatori erano i racconti delle avventure venatorie consumate tra gli alti filari di viti dell’isola e sull’isoletta di Vivaro. Una passione, quella della caccia, che lo ha accompagnato per tutta la vita. Nel 1958, sbarcando nel porto di Napoli, conobbe mia madre Amalia Ragozzino che era ospite presso una famiglia di Posillipo. Fu il classico colpo di fulmine. Nel 1959 scese a terra definitivamente, si sposò e si stabilì a San Prisco nelle proprietà della moglie. La famiglia Ragozzino, oltre a possedere un negozio di generi alimentari, gestiva un’attività di catering ante litteram. Ovvero era specializzata nella preparazione di pietanze per i matrimoni. In quegli anni i banchetti nuziali venivano svolti nei cortili delle abitazioni degli sposi. Papà subito si adattò a questa situazione e, sfruttando la sua esperienza di cuoco, divenne socio del suocero nell’attività. Ancora oggi ci sono persone che ricordano i pranzi del loro matrimonio preparati da papà.

Purtroppo, prima la morte del nonno e poi quella di mamma, per complicazioni post parto, segnarono moltissimo papà. Ma il suo carattere forte e la sua capacità di reinventarsi gli permisero di andare avanti. Riprese le sue esperienze di tecnico e iniziò l’attività di impiantisca elettrica. Impiego che svolse per tutta la vita lavorativa. Anche in questo si distinse per innovazione e capacità. Fu tra i primi a utilizzare tecniche nuove di impiantistica, come l’uso dei corrugati sotto traccia, dei relè e altro. Ma non si occupò solo di edilizia privata. Diversi edifici pubblici di San Prisco sono ancora oggi illuminati dalle opere di papà: la scuola media Benedetto Croce, le due scuole elementari, la chiesa di Santa Maria di Loreto, quella di San Gioacchino delle suore Immacolatine in via Parito e tutto il convento.

Nel 1964 conobbe la mia seconda mamma, Maria Grazia Tabasso, giovane sarta di Santa Maria Capua Vetere, e si risposò. La sua vita trascorse tra la famiglia, il lavoro, gli amici e la sua amata passione venatoria. Purtroppo la vita gli riservò un altro dolore e nel 1993 rimase nuovamente vedovo. Quella volta accusò il colpo. Iniziò un periodo di intristimento e rassegnazione che lo portò alla morte l’8 marzo del 1998.

Uomo disponibile e generoso, sempre distintosi per l’integrità morale. Ossequioso e rispettoso delle leggi. A disposizione di tutti, amava la vita e le persone. La nostra abitazione era caratterizzata da un andirivieni di amici attirati da un buon caffè e da due amabili chiacchiere. Eccellente ballerino, celebri erano le feste in casa che organizzava. Su tutto spiccava la sua nobiltà d’animo. Amava il prossimo e credeva nella bontà delle persone.

Ricordo le conversazioni con mamma dopo avere eseguito dei lavori senza compenso. La sua chiosa finale era sempre la stessa: «Marì, ma quelli stanno inguaiati… Noi possiamo farne a meno…»

Rammento anche quando, per un periodo di tempo abbastanza lungo, fu componente della commissione dell’Ufficio Collocamento al Lavoro. In diverse occasioni si presentarono a casa alcune persone che avevano ottenuto un impiego. Ovviamente non venivano a mani vuote. Lui le faceva accomodare e chiamava mamma per offrire il caffè. Dopo le ringraziava e le accompagnava alla porta con i loro doni.

Voglio terminare con il raccontare una delle più emozionanti e significative dimostrazioni di affetto nei suoi confronti. Qualche anno fa, già era trascorso molto tempo dalla morte, mi trovavo a Santa Maria Capua Vetere in attesa presso uno studio medico. Tra gli altri, seduti proprio al mio fianco, c’erano due anziani che conversavano a alta voce (probabilmente per i problemi di udito dovuti all’età). Parlavano con emozione ed enfasi di una persona e ne esaltavano la figura come esempio di grande integrità morale. Aggiunsero che la persona in questione abitava a San Prisco. Mio malgrado, e spinto dalla curiosità, chiesi di chi stessero parlando. All’unisono risposero in dialetto: «…Ma comm, sit e santu prisco e nun cunuscite a Don Mario l’Elettricista?» Stavano parlando di papà.

Questa celebrazione non solo è un atto d’amore per il proprio genitore, ma è una testimonianza per tutti quelli che lo hanno conosciuto e stimato. È il riconoscimento non a un eroe, ma a uomo perbene che non si è mai abbattuto nonostante la vita lo abbia segnato più volte. Perché, alla fine, il suo più grande insegnamento si può riassumere parafrasando il concetto di uno dei più grandi allenatori di football americano, Vince Lombardi: «Non è importante quante volte cadi, ma quante volte ti rialzi.».